Alefzero
e ancor MMMM
Sito di parole e immagini
a cura di

Renato Migliorato
Vidi il popoloso mare,
vidi l'alba e la sera,
vidi le moltitudini d'America,
vidi un'argentea ragnatela
al centro di una nera piramide,
vidi un labirinto spezzato
(era Londra)
vidi infiniti occhi vicini
che si fissavano in me.
Vidi tutti gli specchi del pianeta
e nessuno mi riflettè,...
vidi grappoli, neve, tabacco,
vene di metallo, vapor d'acqua,
vidi convessi deserti equatoriali
e ciascuno dei loro granelli di
sabbia ....
...........................
...vidi la circolazione
del mio oscuro sangue, vidi il
meccanismo dell'amore
e la modificazione della morte,
vidi l'Aleph da tutti i punti,
vidi nell'Aleph la terra,
e nella terra di nuovo l'Aleph
e nell'Aleph la terra....

da l'Aleph di J. L. Borges
l' Alef (o Aleph) è la prima lettera dell'alfabeto ebraico, è anche il primo simbolo cabalistico, il segno che origina ogni cosa. In matematica Alef (ℵ) è il simbolo della cardinalità infinita e con Alefzero (ℵ0) si indica il primo numero transfinito. Nell'omonimo racconto di Borges l'Aleph è un punto privilegiato da cui si può osservare tutto ciò che può essere detto o scritto e dunque tutto ciò che può essere nel presente nel passato e nel futuro. Io, che non possiedo l'Alef, posso sperare solo di raccogliere briciole sparse di ciò che viene detto o sussurrato, di ciò che si potrebbe dire ma non si dice perché non risponde a interessi editoriali o di parte, o semplicemente perché non si ha voce.
Alef .
zero
La rete di Babele


PAROLE ... (soltanto?)


AIRESIS: pensiero libero


POESIE, FRAMMENTI, IMMAGINI


ARCHIVIO


Poesie e Frammenti
L'ANIMA NOSTRA
Renato Migliorato

Fantasmi
Rumore bianco
Le ombre della notte
Resurrezione
Teseo
Tu ed io
Parole non dette
Quando sarà silenzio
Solitudine
Armonia
Il vecchio guerriero
Nel tuo sorriso
Fantasia onirica
Migrante

Fantasmi

Come fantasmi
tra le vie nebbiose
di un tempo senza tempo.
Sono immagini sbiadite di vecchie foto
emerse dallo scrigno segreto
in cui mia madre custodiva gelosa
l'enigma irrisolto
del suo stare al mondo.
Volti a me noti nel sogno
di un'evanescente memoria.
Volti misteriosi e oscuri.
Sono io bambino,
sei tu antica compagna dei miei giochi infantili.
Ora ti vedo bambina,
ora quasi adolescente,
Poi più nulla.
Vagamente ricordo la fine dei giorni felici.
Lasciare la casa, gli amici, la vita serena di allora
verso oscuri sentieri d'indefinito altrove.

Ci salutammo? Non so, non ricordo.
Ci promettemmo di vederci ancora?
Non so, non ricordo.
Evanescenti fantasmi,
luoghi mai più riveduti,
vivide immagini di un sogno interrotto,
sospeso tra oblio e memoria.

Rumore bianco

Ombre solide e vere
sono le ombre dei sogni.
Sono vere e reali
come le nostre mani.
Ombre solide e vere
attraversano oggi il nostro cammino.
Ombre vaganti nel mondo,
ombre striscianti,
ombre sulla rete,
ombre gridate o silenti,
Ombre vere e reali
come quelle dei sogni;
ma questo non è sogno.
E grido.
Disperatamente grido.
E la voce si perde
nell’assordante silenzio
di un rumore bianco.

Le ombre della notte

Amo le ombre della notte,
Amo gli oscuri sentieri della mente
e dell'anima umana,
ove si annidano angosce grevi
e radiose speranze.
Li non abita il demone della contraddizione
e della necessità pura.
Li non chiedi s'esiste l'amore
o s'è pura follia.
Li non chiedi se il sogno è reale
o se la vita è un sogno.
Amo le ombre della notte
ove ogni forma ha umane sembianze
e di aliene creature.
Amo i silenzi e lo stormir di foglie,
la brezza lieve delle notti estive.

Resurrezione

Vorrei esser di pietra,
esser senz’anima
e senza lacrime.
Non più gioia o dolori
né paure e affetti
a tenermi in vita,
a impedirmi la fuga
verso l’agognato oblio.
Ma pietra non è
l’anima mia.
Una voce, uno sguardo,
un sorriso,
il sussurro lieve del vento,
riportano in me
remote stagioni,
e speranze future.
Il mondo intorno,
il flusso caldo
del vivere nostro.
Vocio di bambini,
ora festanti,
ed ora corrucciati.
E un susseguir di luci e di progetti,
e il volto tuo
e le tue mani,
ed il riprender della vita
come al risveglio
da un oscuro sogno.

Teseo

Camminava lentamente sul lastricato di quella vecchia strada che suscitava in lui un sentore di lontani e svaniti ricordi. Era l'ora in cui la luce del giorno cede bruscamente alle tenebre, eppure un lieve chiarore si diffondeva per quelle viuzze apparentemente prive di illuminazione. La città era antica ed emanava un fascino discreto, quasi nascosto. Anzi ciò che sembrava attrarre il nostro visitatore non era quanto essa presentasse alla vista, bensì ciò che nascondeva da qualche parte, non si sa dove, forse ovunque. Ciò che si vedeva era banale, scontato, vecchie case dai muri screpolati, con sei o sette piani che si affacciavano su quelle stradine buie. Tutto appariva ora un po' squallido, ma al di là dell'immediata apparenza vi erano testimonianze di una grandezza passata. Sedimenti di antiche civiltà, secoli di storia cristallizzata. Nei muri di pietra, vecchi come è vecchio il tempo, si erano rappresi il sudore, il sangue, e le lacrime di generazioni e generazioni. Il sudore degli schiavi, il sangue dei guerrieri morti in battaglia, le lacrime delle loro madri. Ma anche le risate gioiose dei fanciulli, i sorrisi delle giovani spose, i sospiri degli amanti. Tutto sembrava condensarsi ora nel greve silenzio di quella notte.
Arrivò in un punto in cui la strada improvvisamente si allargava. Affrettò il passo cercando l'insegna. Ella era li, davanti al portone da cui proveniva una luce intensa. La riconobbe subito nonostante il suo viso fosse poco illuminato. Eppure non era certo di sapere chi fosse. Certamente l'aveva già vista. Tante volte. Ma non volle pensare a ciò; non tentò neppure di ricordare. Pensò che si dovesse chiamare Arianna, ma non disse nulla. Si avvicinò a lei mentre sembrava dileguarsi l'ansia che l'aveva accompagnato per tutto il viaggio. La bellezza enigmatica di quella donna lo fece scivolare in un voluttuoso torpore che lo riempiva a un tempo di calma e di furore. Senza che se ne accorgesse i suoi occhi carezzarono lievemente ogni piega del suo corpo. Desiderio di un'antica promessa che si ridestava.
«Sei arrivato presto» ella disse. Il suono di quella voce, che in altro tempo aveva imparato a conoscere, richiamò bruscamente l'ansia di concludere ciò per cui era venuto. Ansia che ora si mescolava e si confondeva, fino quasi a identificarsi, con il desiderio intenso di possederla. «Non subito» disse la donna, con tono caldo e familiare. «Ci sono altre cose che devi prima vedere. Io sarò su ad aspettarti». Poco dopo si salutavano rapidamente ed ella entrava nel portone.
Ora Teseo si trovava in macchina. Intorno a lui le luci di un'ampia stazione di servizio, il silenzio della notte, incrinato appena da qulche voce lontana. Aveva lasciato dietro di sé le ultime case della città per immettersi sulla circonvallazione che lo avrebbe condotto all'estremità opposta. Non sapeva con esattezza cosa dovesse cercare, ma prima di lasciarlo, Arianna gli aveva indicato la strada. Sapeva che lì c'era qualcosa che assolutamente avrebbe dovuto vedere.
Altre volte era stato in quella città. Due chilometri più a nord vi era un grande monumento. Per la verità, più che un monumento, ora gli sembrava di ricordare meglio, si trattava di un vecchio immenso rudere fiancheggiato da una strada che più volte aveva percorso di notte. Con sgomento si era sentito attrarre da quell'interminabile muro di pietre e mattoni che ne costituiva la massa scura e informe, come di montagna incombente o come proiezione visibile dei più oscuri abissi della terra.
Li sembravano cristallizzarsi le profondità del tempo, dell'orribile mostro divino che genera e divora i propri figli. Era li, impenetrabile. Ma forse al suo interno non celava alcun mistero, alcun Minotauro. O forse si. Forse lì stava racchiso l'enigma delle sue inquitudini, delle sue domande senza parole e senza forma. Quante volte lo aveva avvertito nel sogno o vagheggiato nelle ore di solitaria veglia?
Lentamente le luci dell'alba cominciarono a filtrare attraverso le fessure della tapparella abbassata, acompagnando il suo inatteso risveglio, mentre il Minotauro che era in lui tornava lentamente a nascondersi nei recessi più profondi e impenetrabili della sua anima.

Tu ed io

In una calda sera d'estate
ci troveremo ancora tu ed io
ad ammirare il cielo stellato,
ad esplorare ignote contrade
o a rivedere i luoghi già noti.
L'anima nostra potrà tornare ancora
accanto a noi a posarsi,
interrompendo vertiginosi affanni.
Non progetti, non sogni, né giovanili ardori,
ci uniranno nell'ora migliore.
Ricorderemo del tempo passato
vaghe memorie di fuoco e di fiamme,
fuoco d'amore, fiamme di dolore,
ferite inferte con ostinato ardore.
Il cielo stellato oggi ci unisce,
l'acqua dei fiumi, la calura estiva,
le piante, gli animali, il canto degli uccelli,
le orme dei padri, le civiltà passate,
la vita insieme, il riso dei nipoti.
Noi siamo in loro, loro sono in noi,
Son io la stella accesa in cielo,
sei tu la musica che udiamo.
Siamo acqua, cielo, farfalle,
siamo le generazioni che verranno.

Parole non dette

Tedio silenzioso, di un giorno
che languidamente trascorre.
La voce calda, di un disco di vinile,
evoca immagini e parole lontane.
Aspri e dolci ricordi, di acerba giovinezza.
Volti sbiaditi nel tempo,
parole senza voci,
sorrisi.
Calore di corpi
freneticamente stretti.
Il mio corpo,
il tuo agile corpo di fanciulla.
Non aver paura, ripete la voce di Gaber,
E poi sfiorar di labbra, e sussurri,
e parole dolci e amare,
parole gridate,
parole velate di lacrime,
del cui ricordo il suono si dissolve,
nella disperata ricerca dell'unica,
della sola,
semplice,
parola non detta.

Quando sarà silenzio

Quando per me tutto sarà silenzio,
io sarò altrove.
Sarò nei vostri passi, oh bambini
che nonno mi chiamate.
Sarò nei vostri sogni, nei vostri segreti,
nell'erba che calpesterete.
Sarò nelle stelle che guideranno il vostro cammino.
Sarò tra le genti che verranno,
nei mari, nei cieli, nelle galassie infinite.
Ma oggi io sono memoria.
Memoria di un tempo che fu
e che si scioglie come nebbia al sole.
Memoria di spiagge assolate,
memoria di gioie e dolori.
Ricompongo le tessere confuse e smarrite
di un sempre cangiante disegno.
Brandelli di vivide immagini e fugaci parole,
rese presenti e vive da sopravvissuti segni
occasionali e sparsi.
Vecchie foto, oggetti dimenticati,
fogli ingialliti, luoghi da tempo non più riveduti.
Quanto dolore e quant'acre dolcezza
nel mettere insieme
pezzi disgiunti d'un incerto mosaico,
fatto d'ombre e di luci cangianti,
di speranze, di volti e di voci consuete.
Quanto dolore e quant'acre dolcezza
nel ricercare il misterioso filo
che nei labirintici sentieri della vita si dipana.
Perenne e irrevocabile perdita è il vivere
perché infinite sono le vie del futuro.
Vagheggiate o temute,
son tutte a noi presenti.
Immensa ragnatela di fili intrecciati
dai mille e mille colori,
dai mille e mille profumi,
finché l'irrevocabile signore del tempo,
non l'abbia dissolta
nell'unico evanescente filo della nostra storia.

Solitudine

Nel turbinio di un'operosa città
cammini per strade affollate,
eppur sei solo.
Come in un vecchio film
della Nouvelle Vague,
ti aggiri errando tra visi sfocati,
sguardi senza sguardo,
vuote forme e colori,
architetture aliene.
Solitudine non è star soli,
non è silenzio e assenza.
Scambi ovunque sorrisi e parole,
scambi pensieri e appassionate contese,
eppur sei solo.
Condividi gioie, dolori, progetti di vita futura,
e pur la solitudine ti assale.
È quando il sommesso vibrare dell'anima tua
non genera echi.
Quando il suo risonar non senti
nei sorrisi, nelle parole,
nei quotidiani gesti delle persone amate.
È quando solitaria vaga la tua anima
per labirinti desolati e oscuri.

Armonia

Datemi la mano, oh miei dolci bambini,
vi condurrò per foreste incantate,
per tenebrosi deserti e spiagge assolate.
Perché antichi come il mondo,
e pur sempre ignoti,
sono gli impervi sentieri della vita.
Incontrerete mostruose creature,
di lacrime e sangue è intriso il terreno,
e pur dolce è l'andare per via
se al tuo fianco c'è un'anima amica.
Dolce è l'andare per via
se non sei solo
nel triste recinto dell'Io.
Se sei la spiga che cresce nei campi,
l'acqua dei fiumi, le stelle del cielo,
se sei il gabbiano che vedi volare,
se sei la folla che accanto respira,
se vivi la vita di genti future,
se tu sei il mondo, l'universo, la vita.

Il vecchio guerriero

Sereno dormiva il bambino
mentre la piccola mano
stringeva la barba del vecchio guerriero.
Raccontami una favola nonno,
aveva chiesto il bambino al guerriero,
una favola di mostri e foreste incantate,
di cavalieri, guerrieri ed eroi
di battaglie ed occulti misteri.

Finalmente posava il guerriero,
lontano dal ferro e dal fuoco,
quando vide quell'ombra vagare.
Ombra stanca, silente, affannata.
Sono l'anima tua, gli disse.
T'inseguo da anni per monti e per valli
cercando di stare al tuo fianco,
ma tu fuggi veloce, troppo veloce
per un'anima stanca e pensosa.

Mi mancavi, rispose il guerriero,
io per te veloce correvo,
io cercavo l'argentea coppa
che del mondo e del vivere nostro
l'immane segreto racchiude.
Errante cavaliere dell'era globale,
l'ho cercato per terra e per mare,
nei tesori dell'arte più pura,
nelle metropoli e nelle desolate lande,
nei meandri della mente
e nell'infinità del cosmo.

La bambina dormiva serena,
mentre la tenera mano
strigeva la mano del vecchio guerriero.
Raccontami una favola, nonno,
aveva chiesto la bimba al guerriero,
una favola di fate e stregoni,
di castelli incantati e di gnomi,
di principesse sognanti e cavalieri arditi.

Dolcemente posava il guerriero,
ormai con l'anima accanto,
e finalmnte la vide:
come un'argentea coppa
la tenera mano dei bimbi
di vivida luce brillare.

Nel tuo sorriso

Nel tuo sorriso,
l'anima mia si specchia
a ritrovar sé stessa.
Siamo memoria comune,
tu ed io.
Memoria di giorni vicini
e remote stagioni,
di giorni felici e di acuti dolori,
linfa vitale del vivere nostro.
Immagini lontane, sorgono evanescenti.
Suoni di voci confuse nel brusio del tempo,
e voci nitide, e visi di bambine,
e quelli presenti e vivi dei figli loro,
e le assenze profonde e cupe,
e i nostri desolati silenzi,
e le speranze, le gioie travolgenti.
Tutto ciò che fu
e che sarà per sempre
nei tempi che verranno.
Fisso, oggi, il tuo volto sorridente
che pure, come il mio, è segnato dal tempo,
e in esso scorgo ancora
il tuo volto ridente e assorto
di fanciulla, intenta a scrutare
ogni mio sguardo, ogni mia frase,
ogni moto segreto dell'anima mia,
mentr'io scrutavo te.
E l'immenso miracolo
si ripeteva ancora.
Non chiedermi il perché:
trascende ogni ragione
perch'esso stesso è l'ultima ragione.
Non chiedere uno scopo,
perch'esso stesso è l'ultimo fine
dell'essere nostro.
C'è chi lo chiama Amore
e chi Essenza Divina.

Fantasia onirica

Roberto sapeva di doversi avviare verso l'aula in cui avrebbe tenuto la sua lezione. Ne era pienamente consapevole e, da giovane professore universitario quale gli sembrava di essere, se ne sentiva compiaciuto e quasi appagato. Eppure qualcosa sembrava sfuggirgli. Non era sicuro dei luoghi in cui si trovava, come se quei corridoi che aveva tante volte percorso gli fossero a un tempo familiari e sconosciuti. Doveva raggiungere l'aula, che certamente conosceva, e tuttavia non riusciva a focalizzare il percorso per raggiungerla. Tutto gli era nuovo e consueto a un tempo. È qui il punto. Perché in realtà ora non era più un giovane, ma un vecchio professore che aveva già concluso la sua carriera e, da pensionato, gli era stato affidato quel corso.

Qual'era la disciplina su cui avrebbe tenuto la lezione? Non era Geometria e neppure Analisi Numerica. No! Essa affondava nei più profondi abissi del pensiero. Era logica purissima e assoluta, eppure travalicava la logica: era la radice stessa dell'Essere. Sapeva di avere ben chiari gli argomenti da sviluppare, anche se ora gli apparivano velati e inafferrabili.

Era consapevole che in quella lezione avrebbe dato il meglio di sé, che vi avrebbe profuso tutte le sue energie intellettuali ed emotive e che, in una piena fusione con l'uditorio, avrebbe trovato appagamento alla sua crescente tensione.
Poi le pareti di quei lunghi e tortuosi corridoi si dilatarano dissolvendosi in uno spazio-tempo indefinito. Ora si trova seduto su una panca, vi sono anche due ragazze che devono parlare del loro lavoro a chi sta di fronte (forse su una cattedra) e che lui certamente conosce. Cinge con le braccia le spalle delle due ragazze che gli siedono accanto: un gesto automatico su cui egli stesso si interroga. «Cosa signi­fi­ca?» si chiede, «è forse un gesto di provocazione che sot­tende un remoto desiderio? O puro atto di ami­ci­zia?». Chi sono loro? Le conosce? Gli sembra ora di sentire l'odore familiare dei loro corpi, il loro respiro, il calore di cui sempre più si sente penetrare. Eppure i loro lineamenti gli appaiono lontani ed enigmatici, come evanescenti simulacri di lontani ricordi. Quella su cui stanno seduti, ora non è più una panca singola, ma la più alta di una gradinata: è nella sommità di un'aula ad anfiteatro. È forse questo il suo primo giorno da studente in un'aula universitaria? No! Di nuovo è consapevole del tempo e dello spazio.
Di fronte a loro c'è il lungo tavolo della presidenza. Le ragazze che affollano l'aula devono presentare i loro lavori di fotografia da aspiranti professioniste. Roberto, che da vecchio dilettante possiede in materia una lunga esperienza, si limita ad assistere ma vorrebbe anche consigliare, … suggerire.
Ora chiede notizie tecniche sulle foto della ragazza che gli sta accanto e questa dice di avere usato pellicola Agfacolor 48. Roberto non la conosce: cosa significa 48? Forse ai suoi tempi non c'era. È forse la sensibilità ISO? Un po' bassa! Ma le foto sono all'aperto. Come materializzandosi nell'aria, passano rapidamente in rassegna e sono tante. Sono tutte a colori: non c'è più il bianco e nero che egli aveva tanto amato, vi sono però le ombre. L'autrice incontrava ora le ombre e ciò era per lei una scoperta straordinaria, una scoperta che sempre più sembrava coinvolgerla in un crescendo di entusiasmo e di emozioni fino quasi ad un finale di assoluta pienezza. Ma ecco l'ultima foto: una grande costruzione che sembra svilupparsi verso il sottosuolo, ma è anche un susseguirsi di aperture sormontate da archi a tutto sesto. Ogni apertura mette interamente a nudo il vano interno. Sarebbe un'apoteosi straordinaria di ombre con le loro forme semicircolari. Ma invece non ci sono ombre. La luce è diretta in modo che tutto il visibile sia ugualmente illuminato. «Ho sbagliato» dice «Non ho aspettato le ombre». Rimane solo una spettrale massa bianca con le sue rigorose forme geometriche.


Migrante

Quali promesse di vita e desideri infranti,
quali ombre fugaci di un mondo incantato
al tuo primo fiorire di creatura vivente.
Poi fu guerra, abominio e sangue,
membra sparse, urla di orrore,
nella terra venduta
a un dio crudele di mercantili inganni.
Monade sperduta di un immenso sciame
che disperata speranza muove
all'ignoto futuro.
Del marchio di Caino sei marcato
da folle stranite e ignare,
anch'esse votate a quel dio crudele
che qui ti spinse e che sparge terrore.
Chi sei tu che a mani giunte
m'implori per via, distogliendomi
dal mio frettoloso andare?
Nero è il tuo volto, nere le tue mani,
mentre impotente la tua ligua tace.
Dov'è colei che ti mise al mondo
e ti nutrì dal tuo primo vagito?
Hai fratelli, sorelle, un amico?
Quale cielo ti svegliava al mattino?
Su che terra posavi i tuoi piedi?
Dov'è il suono di parole consuete,
di fruscii, di rumori, di canti?
Monade sperduta di un immenso sciame,
vai errando per vie sconosciute,
estraneo al mondo, e a te stesso straniero.

Le cose inutili

Papà, a che serve la notte?
Serve per riposare, bambino mio.
Papà, a che serve la luna?
Serve a illuminare la notte, bambino mio.
Papà, a che servono i sogni?
A indicare la strada, bambino mio,
a rivelarci i destini del mondo.
Pietose bugie,
disse poi l'uomo a sé stesso
distogliendo lo sguardo dal bimbo.
È per ciò che Zaratustra
parlò ancora una volta e disse:
Dio è l'essenza delle cose inutili
come l'arte, la poesia, l'amore,
quello vero, che tutto dà e nulla chiede.
Il diavolo è l'essenza delle cose utili,
come il denaro, il petrolio, la guerra.



Renato Migliorato
Messina
renato.migliorato@alefzero.it