Alefzero
e ancor MMMM
Sito di parole e immagini
a cura di

Renato Migliorato
Vidi il popoloso mare,
vidi l'alba e la sera,
vidi le moltitudini d'America,
vidi un'argentea ragnatela
al centro di una nera piramide,
vidi un labirinto spezzato
(era Londra)
vidi infiniti occhi vicini
che si fissavano in me.
Vidi tutti gli specchi del pianeta
e nessuno mi riflettè,...
vidi grappoli, neve, tabacco,
vene di metallo, vapor d'acqua,
vidi convessi deserti equatoriali
e ciascuno dei loro granelli di
sabbia ....
...........................
...vidi la circolazione
del mio oscuro sangue, vidi il
meccanismo dell'amore
e la modificazione della morte,
vidi l'Aleph da tutti i punti,
vidi nell'Aleph la terra,
e nella terra di nuovo l'Aleph
e nell'Aleph la terra....

da l'Aleph di J. L. Borges
l' Alef (o Aleph) è la prima lettera dell'alfabeto ebraico, è anche il primo simbolo cabalistico, il segno che origina ogni cosa. In matematica Alef (ℵ) è il simbolo della cardinalità infinita e con Alefzero (ℵ0) si indica il primo numero transfinito. Nell'omonimo racconto di Borges l'Aleph è un punto privilegiato da cui si può osservare tutto ciò che può essere detto o scritto e dunque tutto ciò che può essere nel presente nel passato e nel futuro. Io, che non possiedo l'Alef, posso sperare solo di raccogliere briciole sparse di ciò che viene detto o sussurrato, di ciò che si potrebbe dire ma non si dice perché non risponde a interessi editoriali o di parte, o semplicemente perché non si ha voce.
Alef .
zero
La rete di Babele


PAROLE ... (soltanto?)


AIRESIS: pensiero libero


POESIE, FRAMMENTI, IMMAGINI


ARCHIVIO


Senso e significato

Se l'esistenza di una sfera inconscia della nostra mente è ormai nozione comune, non altrettanto chiara è la consapevolezza di quanto questo influisca sui nostri linguaggi e sulle scelte che riteniamo di compiere razionalmente. Ciò che sfugge è come e quanto la nostra stessa visione del mondo sia condizionata dai linguaggi e dalla loro manipolazione.

Crediamo, a volte, di esprimere pensieri chiari e razionali contando sulle parole di cui “conosciamo” il significato (o riteniamo di conoscerlo). Ma senso e significato non sono mai univoci. Ogni parola, ogni termine linguistico, passa, per il suo riconoscimento, da una complessa rete di processi inconsci, prima di pervenire alla coscienza e di essere quindi riconosciuto e razionalizzato. Il riconoscimento è frutto, in larga misura, di processi neuronali estremamente complessi, oggi sempre più studiati dalle neuroscienze, ma non avrebbe senso qui un’analisi del genere: interessa ora il fenomeno in sé e non i possibili modelli di spiegazione scientifica.

È, invece, di estremo interesse capire come la stratificazione dei valori semantici di ogni forma linguistica possa orientare la nostra mente nell’assumere determinati concetti come “veri”, “indiscutibili” e ”razionali” o, quanto meno “corrispondenti” al nostro modo di essere, ai nostri gusti e ai nostri interessi. O come possa invece indurci a respingerne altri come intrinsecamente “inaccettabili” o “superati” o non coerenti con la nostra vita e le nostre aspettative.

– Il 98 per cento dell'attività mentale – dice Jeorge Lakoff,– avviene senza che ne siamo consapevoli […] Tuttavia la maggior parte di noi ha ereditato una teoria della mente che risale almeno all'Illuminismo, secondo la quale la ragione sarebbe conscia, letterale, logica, sottratta alle emozioni, incorporea, universale e funzionale ai nostri interessi. Questa teoria della ragione è stata confutata in ogni punto, ma continua a persistere. In molti aspetti della vita ciò può non avere importanza. Ma in politica può avere effetti molto negativi [...] – Nota
 

Le analisi svolte da Lakoff sono indubbiamente di grande interesse per comprendere le dinamiche della comunicazione politica, della formazione delle idee e delle categorie concettuali. Il loro maggiore limite sta, però, nel volere rigorosamente permanere all’interno della tradizione linguistica e delle categorie politiche americane; nel rifiuto delle tradizioni linguistiche, storiche, culturali e categoriali europee, considerate aprioristicamente prive di senso.
Quelle che cercheremo di svolgere qui, sono invece delle semplici riflessioni che non possono avvalersi pienamente di competenze specifiche nell’ambito della linguistica cognitiva e delle neuroscienze. Presentano, tuttavia il vantaggio di potersi riferire alla tradizione storica e culturale europea e alla realtà politica attuale del nostro Paese.
Passeremo in rassegna, dunque, una serie di parole e di espressioni, sia italiane che di derivazione straniera, oggi ricorrenti nella comunicazione e di cui riteniamo acriticamente di conoscer e condividere il significato, con tutte le implicazioni semantiche da esse indotte nel nostro pensiero.

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Progressisti - Conservatori

La contrapposizione tra progressisti e conservatori è stata considerata, è lo è tuttora, come l’asse fondamentale di riferimento degli orientamenti politici. Per Lakoff (v. sopra) essa costituisce la sola autentica polarità che contraddistingue la sensibilità di ogni cittadino nell’ambito dei rapporti e delle dinamiche sociali, mentre la polarità destra-sinistra, di tradizione europea, conterrebbe, secondo lo studioso americano, stratificazioni ideologiche prive di un reale fondamento storicamente e sociologicamente fondato.

Su questo rifletteremo in seguito. Per il momento vorrei solo rilevare come gli stessi termini possano essere usati, e in larga misura lo sono, in forme spesso vuote, arbitrarie e mistificatorie. Quante volte si sente rivolgere l’accusa di essere sostanzialmente “conservatori” a esponenti politici e sindacali che virtualmente dovrebbero essere schierati nel fronte opposto? Il che può certamente avvenire, ma, nei casi concreti, l’accusa è davvero, e sempre, giustificata?

Intanto l’essere “conservatore” ha di per sé una valenza profondamente ambigua. La parola, infatti, assume valori diametralmente opposti a seconda che la si intenda come opposizione a un mutamento progressivo, o che si ponga, invece, come difesa di una conquista di progresso già ottenuta col sangue e il sacrificio di generazioni e che si vede poi minacciata da “innovazioni” regressive. “Conservazione”, in altri termini, ha valenze diametralmente opposte a seconda che si opponga a “progresso” o a “regresso”.

Bisogna poi definire quale direzione è quella del “progresso”. Tra Ottocento e prima metà del Novecento era prevalsa una concezione che sembrava assegnare alla storia una direzione univoca: era la via dell’ineluttabile progresso, valida nel campo sociale e politico quanto in quello della scienza e della tecnica. Una concezione ormai svanita nel nulla e non più sostenibile: in ogni campo la via da scegliere è aperta e affidata alle scelte e alla responsabilità dell’agire umano. Uno stesso sviluppo delle più alte tecnologie può essere usato per realizzare grandi obiettivi di libertà e benessere per tutti gli individui, o per generare nuove e inedite forme di schiavitù, o per destabilizzare l’ecosistema fino a causarne la fine.

Chi scrive queste note ritiene di essere progressista e conservatore a un tempo. Ho sempre sognato, e continuo a sognare, sempre nuove conquiste di civiltà in un mondo finalmente pacificato, in una società di eguali dove il bene di ognuno è il bene di tutti, dove non vi siano emarginati e nessuno possa arricchirsi sulle altrui miserie: sono dunque progressista.

Ma sono anche conservatore perché non tollero che siano aboliti diritti già conquistati, non tollero che siano introdotte nuove forme di schiavitù e di parossistica competizione sociale. Sono conservatore perché non voglio che sia distrutto il patrimonio di storia di civiltà e di cultura accumulato nei secoli. Voglio conservare la ricchezza espressiva della mia lingua. Ben vengano i neologismi e le contaminazioni linguistiche quando vengono ad arricchire la capacità espressiva, ma non si usino parole straniere mal digerite e mal conosciute in sostiuzione di parole già stratificate nella nostra cultura, con le loro infinite sfumature di senso e significato. E per la stessa ragione non toglietemi i congiuntivi! Chi non li sa usare è perdonato, ma non si elevino a virtù ignoranza e imbecillità. Su queste cose sono conservatore a oltranza. Ecco perché NON SI PUO’ QUALIFICARE UN MOVIMENTO POLITICO DICHIARANDOLO SEMPLICEMENTE PROGRESSISTA O CONSERVATORE, come usano fare oggi i tanti imbonitori da baraccone che affollano la scena.

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Jobs Act

Esempio da manuale di ciò che intendiamo per "inglesorum": l'uso a scopo demagogico (in analogia al "latinorum" di don Abbondio) di espressioni lingustiche i cui contenuti semantici siano scarsamente conosciuti dal pubblico. Nel caso specifico jobs act è una tipica esprssione il cui significato, nella tradizione giuridica americana, potrebbe essere reso dall'aesprssione: Statuto dei Lavoratori. Ma questo già c'era in Italia, era stato duramente conquistato in un secolo di storia: era proprio ciò che si intendeva attaccare e demolire.

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Posto fisso

Il ritornello è: «Dimenticate il posto fisso perché non ce ne sarà più nel futuro». Dunque siate felici se rimediate un lavoro precario.

Basta giocare sul fatto che l'spressione "posto fisso", se da una parte esprime il bisogno di sicurezza sociale ed economica di cittadini e famiglie, dall'altra viene facilmente associato alla tradizionale inefficienza della burocrazia italiana, alla condizione del dipendente pubblico bistrattato e mal pagato, a cui raramente viene chiesto in
cambio un vero impegno. Tutto questo è poi aggravato, oggi, dalla rapida evoluzione delle tecnologie, dei sistemi produttivi e degli assetti organizzativi. Un lavoro, oggi richiesto, può divenire obsoleto e inutile da qui a poco tempo, mentre nuovi lavori e nuove attività possono emrgere.
Non vi sarebbe contraddizione alcuna se si usasse l'espressione "lavoro garantito" anziché "posto fisso". L'attività svolta e il luogo di lavoro potrebbero cambiare col mutare delle esigenze, ma senza produrre precarietà e incertezza per i lavoratori e per le famiglie. Se si usasse questa seconda espressione muterebbero radicalmente gli scenari evocati nell'immaginario collettivo. Non si potrebbero criminalizzare i sindacati e quei "trogloditi" dei sindacalisti; le lotte per il lavoro condotte nel secolo scorso avrebbero ancora dignità, e avrebbe significato l'Art. 4 della Costituzione. Il lavoro tornerebbe ad essere visto come un diritto e non come una merce da scambiare sul mercato delle vacche.

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Renato Migliorato
Messina
renato.migliorato@alefzero.it