Alefzero
Sito di parole e immagini
a cura di

Renato Migliorato
Vidi il popoloso mare,
vidi l'alba e la sera,
vidi le moltitudini d'America,
vidi un'argentea ragnatela
al centro di una nera piramide,
vidi un labirinto spezzato
(era Londra)
vidi infiniti occhi vicini
che si fissavano in me.
Vidi tutti gli specchi del pianeta
e nessuno mi riflettè,...
vidi grappoli, neve, tabacco,
vene di metallo, vapor d'acqua,
vidi convessi deserti equatoriali
e ciascuno dei loro granelli di
sabbia ....
...........................
...vidi la circolazione
del mio oscuro sangue, vidi il
meccanismo dell'amore
e la modificazione della morte,
vidi l'Aleph da tutti i punti,
vidi nell'Aleph la terra,
e nella terra di nuovo l'Aleph
e nell'Aleph la terra....

da l'Aleph di J. L. Borges
l' Alef (o Aleph) è la prima lettera dell'alfabeto ebraico, è anche il primo simbolo cabalistico, il segno che origina ogni cosa. In matematica Alef (ℵ) è il simbolo della cardinalità infinita e con Alefzero (ℵ0) si indica il primo numero transfinito. Nell'omonimo racconto di Borges l'Aleph è un punto privilegiato da cui si può osservare tutto ciò che può essere detto o scritto e dunque tutto ciò che può essere nel presente nel passato e nel futuro. Io, che non possiedo l'Alef, posso sperare solo di raccogliere briciole sparse di ciò che viene detto o sussurrato, di ciò che si potrebbe dire ma non si dice perché non risponde a interessi editoriali o di parte, o semplicemente perché non si ha voce.
Alef .
zero

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La rete di Babele


PAROLE ... (soltanto?)


AIRESIS: pensiero libero


POESIE, FRAMMENTI, IMMAGINI


ARCHIVIO




La rete di Babele

Quando, anni fa, iniziavo a comporre le prime pagine per la rete Internet, sentivo di non potermi sottrarre a un modello ispiratore che veniva dalla mia precedente esperienza: quella dell’Aleph. Un foglio che, nelle intenzioni, averebbe dovuto essere periodico, ma che, per molte ragioni, ebbe vita breve. Era espressione di un’associazione intitolata a Leonardo Sciascia e di cui fui presidente, negli anni Novanta, per il quasi decennio della sua breve esistenza.

Lo scopo dell’Associazione era di costituire un livello di confronto politico e culturale al più alto livello, ma allo stesso tempo sottratto alle inevitabili alchimie della contingenza politica. Oggi più che mai questa esigenza mi appare viva e di attualità estrema.

Da sempre l’ambiguità dei linguaggi e l’uso disinvolto di essi, è stato ampiamente usato, da chi detiene poteri reali, per confondere le idee dei tanti. In passato era il latinorum di don Abbondio che, tuttavia, funzionava solo verso le masse poco o per nulla istruite; oggi gli strumenti sono molto più raffinati e tali da coinvolgere soggetti anche di cultura elevata. Intanto il latinorum è stato sostituito, in Italia, dall’inglesorum, rozzi scampoli di una lingua che, nella migliore delle ipotesi, può essere usata, nel nostro paese, quel tanto che basta per le necessità contingenti. Nella peggiore, ed è la regola, per conferire un’impronta di modernismo tecnologico al vuoto pneumatico delle idee. Il resto del lavoro è fatto dai mezzi di comunicazione, dalla rete, dai social.

Sia chiaro, però, non è ai mezzi di comunicazione, non è alle tecnologie, alla rete o alla connessione globale che vanno imputati gli effetti negativi. Questi strumenti, di per sé, offrono straordinarie opportunità di crescita culturale e civile mai prima immaginabili. Così come la capacità della lingua italiana di assorbire e incorporare voci straniere, consentirebbe, se consapevolmente usata, una più grande flessibilità e capacità espressiva. Ma quanto più potenti sono i mezzi disponibili, tanto più devastante può essere il loro uso distorto e, apparentemente incontrollato.

Dico apparentemente incontrollato perché i meccanismi adottati nei grandi network, come Facebook, sono in realtà funzionali alla raccolta pubblicitaria, alle esigenze del mercato globale e, in definitiva, al profitto di pochi gruppi monopolistici a scala mondiale. Da tali meccanismi dipende cosa circolerà fino a divenire virale e cosa è destinato a scomparire in pochi minuti.

Qual’è allora il risultato? Una “rete di Babele”, viene da dire pensando a un racconto di Borges

 

* * *

La Biblioteca di Babele (che nel racconto di Borges è metafora dell'Universo) è una immensa (forse infinita) raccolta di libri. Ogni libro è costituito da uno stesso numero di pagine. Ogni pagina ha lo stesso numero di righe, ognuna delle quali è una successione casuale di 25 caratteri (compreso lo spazio, il punto, la virgola). La stragrande maggioranza di queste successioni appare incomprensibile e priva di senso, ma, per puro caso, alcune successioni formano parole (o anche frasi) sensate in qualche lingua nota o sconosciuta. Si suppone che tutte le successioni possibili di caratteri siano contenute nella biblioteca e che quindi ogni cosa che possa essere detta, scritta o pensata, sia presente in qualche parte di essa. Dunque da qualche parte vi sarà la Divina Commedia di Dante, e così pure Il don Chisciotte di Cervantes, o la Critica della Ragion Pura di Kant. Ma nessuno sa dove essi si trovino e, se pure qualcuno si imbattesse in uno di quei testi, non potrebbe essere certo che si tratti quello autentico.

* * *

Nasce a questo punto una domanda inquietante: se e fino a che punto la Rete somigli oggi alla Biblioteca di Babele. Certo, ci sono i motori di ricerca che consentono di trovare le notizie e i testi cercati, ma anche questo presuppone che si sappia esattamente cosa cercare. Di contro vi è un continuo, incontrollato e caotico ammucchiarsi di parole e discorsi che si inseguono e si sovrappongono senza ordine e senza quadri di riferimento riconoscibili. Soprattutto nei Social si dice tutto su tutto, proprio come nella biblioteca di Babele. Una sorta di rumore bianco, il cui messaggio finale è il nulla o, in alternativa, qualunque cosa ciascuno preferisca vedere. Non sorprende, allora, se nessuno dei grandi poteri dominanti è oggi interessato a porre limiti alla libertà di espressione, anzi: si parli il più possibile, nessuno stia zitto e che le voci si accavallino nel più grande frastuono. Ci sarà poi sempre la voce emergente, sottilmente amplificata a suon di dollari, e capace di emergere dal rumore bianco.

Ma è fatale? Siamo proprio certi che la Rete e la Biblioteca di Babele si equivalgano? Personalmente credo di no, altrimenti non starei qui a scrivere. CREDO CHE DIPENDA DA NOI e che ancora sia possibile SCEGLIERE, ma per farlo non bastano volontà e coraggio. Non bastano perché la comunicazione può avvenire solo attraverso il linguaggio e solo chi ne conosce le insidie può difendersi dalle manipolazioni. L’idea è allora di riflettere e discutere su parole, espressioni e modi del linguaggio, usati abitualmente nella comunicazione e che, apparentemente innocue, possono veicolare, in maniera inconsapevole, forme di manipolazione del pensiero.



C'era una volta ... poi vennero i leader

C’erano una volta i “segretari”: Il segretario del Partito Comunista, della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista, ecc. . Oggi si usa il termine leader, di derivazione anglosassone. Ma è solo una questione linguistica? Lo sarebbe se ogni parola si potesse commutare in un’altra mantenendo inalterate tutte le implicazioni di senso e di significato che in ogni linguaggio e in ogni cultura si associano a ciascuna parola. Ma così non è.

La parola segretario, nell’uso codificato e nella tradizione linguistica italiana, è mentalmente e automaticamente associata ad una funzione che si esercita per conto e al servizio di altri. Si dice: «il mio segretario», «il segretario particolare del sindaco». Veniva così a strutturarsi, almeno concettualmente, l’idea di una figura che, anche nel caso dei partiti, svolgesse una funzione, certamente di alta responsabilità, ma comunque subordinata ad altro: all’idea di qualcosa che sta al di sopra e si identifica con una volontà collettiva.

La parola leader appare nella lingua italiana come pura derivazione esterna, priva di qualunque strutturazione di senso che sia culturalmente e storicamente stratificato nel nostro paese. L’ideale, dunque, per ogni forma di manipolazione mediatica.

La storia inizia negli anni Novanta, quando il sistema dei partiti tradizionali entra in crisi e la politica si trova di fronte al problema di ridefinirsi nell’ambito di uno scenario in profonda mutazione strutturale, sociale ed economica. La domanda è, però: come questo è avvenuto? Chi ha perso? Chi ha guadagnato?

Io credo che un’analisi approfondita di quanto avvenuto negli ultime decenni non sia stata ancora fatta, ma di sicuro vi è in atto una mutazione generale di stampo demagogico e populistico. Il venir meno dell’idea stessa di partito come entità organizzata e partecipativa di massa, incentrata su una prospettiva comune. Al suo posto è invalsa la ricerca spasmodica di leader carismatici e iperattivi a cui affidarsi interamente per la soluzione di ogni problema.

Su tutto questo è da riflettere, ed è ciò che intendo fare anche da queste pagine. Sperando intanto che un vero e autentico partito della sinistra possa rinascere non su base leaderistica ma partecipativa.


R. Migliorato
Appunti e riflessioni
PER UNA SINISTRA POSSIBILE

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R. Migliorato
LA RAGIONE E IL FENOMENO
Itinerari epistemologici tra Matematica e Scienze Empiriche

Aracne Editrice, Roma, 2013; pp. 532



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R. Migliorato
ARCHIMEDE
Alle radici della modernità tra storia scienza e mito

Dipartimento di Matematica - Università di Messina, 2013
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R. Migliorato
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Collana Grandangolo Scienza, 2016


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Renato Migliorato
Messina
renato.migliorato@alefzero.it




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